IL PROBLEMA ETICO

LE STAMINALI: UNA NUOVA FRONTIERA

Sono passati cinquant’anni dai primi approcci sulla ricerca delle cellule staminali con gli scienziati Altam e Das ma solo nell’ultimo decennio questa ricerca sta occupando un posto rilevante nelle nostre riviste, nei giornali, su internet, nelle nostre vite. Perché questo? Le cellule staminali sono cellule ancora non differenziate e che hanno la capacità di trasformarsi in qualsiasi tipo di tessuto: grazie a questo sono oggi le protagoniste della ricerca in campo medico. Ma a creare molta agitazione dai mass media non è il significato di queste cellule, ma bensì la loro provenienza poiché la maggior parte di esse vengono ricavate da embrioni. L’embrione è già l’unione fra l’ovocita e lo spermatozoo, in seguito si divide fino a formare un ammasso di cellule che prende il nome di morula e dopo ulteriori divisioni quello di blastula. Da qui partono una serie di problematiche che non dividono solo l’opinione pubblica ma anche religiosi, politici, (anche all’ interno del partito stesso), medici e ricercatori: l’embrione è già una vita o è ancora una “cosa”? L’embrione è da considerarsi una vita, in quanto abbiamo lo stesso patrimonio genetico fin dallo zigote oppure una semplice cosa da poter distruggere o manipolare a nostro piacimento? La difficoltà continua a crescere quando è necessario creare una legge che mette tutti d’accordo: nasce così la legge 40 del 2004 che dovrebbe tutelare tutti i soggetti coinvolti e regolamentare l’utilizzo della tecnica di fecondazione medicalmente assistita solo se non vi sono altri “mezzi” a disposizione della coppia. La situazione in Italia è ambigua infatti la legge proibisce l’ utilizzo di embrioni italiani per il prelievo delle cellule staminali, e ne permette l’uso esclusivamente da quelli importati dall’estero, ma questo non risolve le discordanze che ci sono alla base. E’ difficile dare risposte di questo tipo specialmente su argomenti che riguardano tutta l’opinione pubblica, ma è importante fare alcune riflessioni. L’uso di cellule staminali nella ricerca è utile sia per la possibilità di creare nuovi organi ma anche di ripararne alcuni malati, (come per esempio il cuore) ma anche di creare cellule nervose in pazienti affetti da malattie genetiche. Perché limitare la ricerca di suddetti esperimenti? Esistono quantità di embrioni detti “orfani” che periodicamente vengono venduti agli ospedali per distruggerli. E allora è lecito domandarsi: questi embrioni non possono essere utilizzati per la ricerca se vanno comunque sia distrutti? Chi ne sarebbe stato contrario? Personalmente credo sia stata fatta una propaganda sbagliata, una propaganda esclusivamente politica ed economica, il cittadino si trova così nella confusione più totale e non riesce a prendere una decisione.

Daniela Gigliotti

STAMINALI: UNA RISORSA DI VITA

Liberalizzazione della ricerca medica nel presente per una speranza di vita futura. Embrioni di oggi per una promessa di vita nel domani….ma la vita di chi?

Queste poche parole racchiudono il mare magnum di diatribe scientifiche, etiche, politiche, che ruotano attorno alla ricerca sulle cellule staminali. Queste cellule possiedono la potenzialità di trasformarsi in molte, se non tutte, le categorie di tessuti adulti inducendo grandi aspettative per la cura di malattie degenerative (es. morbo di Parkinson, tumori).

Dagli anni ottanta si iniziò a derivare linee di staminali embrionali. Inevitabili problematiche etiche cominciarono a sollevarsi quando quest’ultima applicazione venne eseguita sull’embrione umano. E la domanda fu ed è: fino a che punto è lecito negare oggi la vita a potenziali individui per salvarne delle altre in futuro forse ancora troppo lontano?

Le embrionali non sono però le uniche staminali su cui vertono attualmente gli sforzi dei ricercatori. Recentissima, per esempio, è la pubblicazione su Nature Biotechnology, della scoperta del team di De Coppi e Atala di cellule staminali fetali (pluripotenti) ricavate dal liquido amniotico. Tale sperimentazione, così come le ricerche su staminali ricavate da tessuti adulti o dal sangue cordonale, mette indubbiamente al riparo da coinvolgimenti bioetici. Nonostante questo non si è ancora trovata una pari alternativa alla totipotenzialità delle cellule embrionali. Di pari passo alla ricerca su quest’ultime avanzano, quindi, anche le controversie sulla sua legittimità morale.In seno a tale conflitto, una semplice, seppur grande, questione: quando inizia la Vita? quali sono i criteri indiscutibili per stabilire l’inizio di una vita, che come tale deve possedere gli stessi diritti di una persona già nata?

L’etica collettiva, l’individualità personale, la religione, la scienza, la tradizione, la politica, ognuna di queste sfere che coinvolgono così tanto l’uomo moderno hanno risposte diverse.

La questione non è semplice. La Chiesa Cattolica sostiene che la vita deve essere protetta fin dal concepimento; addirittura, per i più “fondamentalisti”, anche l’inutile spreco del seme maschile è peccato.

Biologicamente parlando, è possibile definire scientificamente la vita cellulare, il differenziamento cellulare e descrivere ogni tappa del conseguente sviluppo fetale fino alla nascita.Ma il momento in cui diventa persona, la cui vita ha diritto di non essere violata, è una convenzione, per quanto sacra, non rilevabile dall’osservazione di dati sperimentali. Un’inalienabile diritto a vivere potrebbe essere accordato ad un embrione in vitro piuttosto che ad uno appena impiantato nell’utero, ad un feto che presenti i primi segnali di attività cerebrale piuttosto che ad uno che si faccia sentire con piccoli movimenti nel ventre materno. Indipendentemente dalla nostro credo, dal nostro orientamento politico, dalle nostre conoscenze scientifiche, l’assegnazione di tale diritto rimane sempre un punto di accordo, e non una verità assoluta, indiscutibile, condivisibile da tutti.La problematica ricade in campo giuridico. Il legislatore deve sintetizzare in un’idea comune, garantendo i diritti di tutte la parti in gioco: il diritto di ognuno di proteggere ciò che ritiene vita, il diritto alla ricerca medica del malato, i diritti della madre, e non ultimo il diritto della vita stessa, qualunque essa sia, ad essere protetta.I politici italiani in due occasioni si sono trovati ad affrontare i diritti della vita prenatale: nel 1978 con la legge 194 sull’aborto e nel 2004, con la legge 40 che regolarizza la procreazione assistita. Per entrambe le norme si fece ricorso ad un referendum, segno delle necessità di interpellare direttamente i cittadini su argomenti non risolvibili semplicemente nei diverbi parlamentari. I risultati del referendum del 1981 furono un chiaro segno della volontà degli italiani di mantenere in vigore la legge che permette l’interruzione volontaria di gravidanza. Il mancato raggiungimento del quorum nel referendum di due anni fa, fu invece un segno, anche se forse non colto da tutti, di mancata o distorta informazione su tecniche, condizioni e i diritti di fecondazione assistita. Nel nostro paese resta quindi il divieto di utilizzare staminali embrionali italiane per la ricerca: la loro importazione dall’estero, è però, paradossalmente consentita. Inoltre, queste due leggi si mostrano in contraddizione. La più recente protegge l’embrione concepito in vitro, obbligando la donna all’impianto di tutti gli ovociti fecondati, mentre poi la 194 le permette di rivedere la sua decisione entro dodici settimane. Per assurdo, qualora un parto trigemellare (numero di embrioni massimo per legge), fosse indesiderato, si è obbligati all’impianto, ma il giorno seguente si può tornare in clinica ad abortire (legge 40/04, art.14, comma 1).Personalmente mi risulta difficile rispondere in modo assoluto a cosa proteggerei come vita, e una mia eventuale risposta non avrebbe fondamento scientifico, né il pretesto di essere condivisa da tutti. Credo comunque che sia degno di particolare riguardo ogni cosa che, così com’è stata concepita, se l’uomo non vi mettesse mano e la natura facesse il suo corso, porti alla nascita di un bambino. Ciò non significa voler riportare l’aborto nell’illegalità, e ritengo che un neonato sia da ritenere giuridicamente ed ontologicamente diverso da un’insieme di cellule indifferenziate o meno. Inoltre, arrestare la ricerca sulle staminali embrionali mi sembra impensabile: ritengo etico l’utilizzo di embrioni sovrannumerari o di staminali prelevate da embrioni allo stadio di blastocisti (quando ancora è possibile non comprometterne la vita), e non escludendo a priori la clonazione terapeutica.

Liberalizzazione della ricerca medica nel presente per una speranza di vita futura? Cellule diploidi indifferenziate oggi per una promessa di vita del domani?

Ma la vita di chi è?La vita è di chi c’è adesso. Ma mi chiedo, per prolungare la nostra esistenza o alleviare le nostre sofferenze fino a che punto possiamo spingerci?

È facile perdere di vista il limite, quando questo non è lo stesso per tutti.

Chiara Trevisin

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